In questo momento di avversità, in particolar modo per il lavoro di Francesco, l'unica cosa che posso fare è rivolgermi a Dio, adorarlo, stare lì nella sua casa con Lui e farmi lavorare dentro, lasciarmi purificare per essere usata come canale di grazia per Francesco. In questo spazio quotidiano ho letto:
«Perciò, ecco, io l'attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Di là le darò le sue vigne e la valle d'Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d'Egitto. Quel giorno avverrà», dice il SIGNORE, «che tu mi chiamerai: "Marito mio!" e non mi chiamerai più: "Mio Padrone!" Io toglierò dalla sua bocca i nomi dei Baal, e il loro nome non sarà più pronunciato. Quel giorno io farò per loro un patto con le bestie dei campi, con gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; spezzerò e allontanerò dal paese l'arco, la spada, la guerra, e li farò riposare al sicuro. Io ti fidanzerò a me per l'eternità; ti fidanzerò a me in giustizia e in equità, in benevolenza e in compassioni. Ti fidanzerò a me in fedeltà, e tu conoscerai il SIGNORE.
Osea 2,14-20
Questa Parola ha generarto pace nel mio cuore. Spesso, a causa della mia storia, fraintendo Francesco e ho un'immagine sua falsata, ovvero lo considero "mio padrone". Ho pensato allora che andare insieme a Cambrige, lasciando ogni tipo di aspettative e pregiudizi, può portare gli stessi benefici della fuga dall'"Egitto" (san brancato) e poter acquisire la libertà di dire "mio marito", di guardare a lui con occhi nuovi.
Allo stesso modo mi chiedo: è cambiando stato che si acquista la libertà?
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